Hell Fest

2018, Horror

Recensione Hell Fest: la lunga notte nel luna park dell’orrore

La recensione di Hell Fest, un horror tutto ambientato all'interno di un parco divertimenti: Gregory Plotkin dirige uno slasher movie convenzionale e privo di guizzi.

Hell Fest Scena

Fin dai tempi di Scream di Wes Craven il cinema horror americano, e in particolare lo slasher movie, ha intrapreso un percorso di riflessione su se stesso, sui propri codici e sui propri stilemi, che è approdato a semi-parodie (quale appunto Scream), a 'giochi' e riferimenti metatestuali e, più di recente, anche ad esperimenti piuttosto sofisticati come Quella casa nel bosco di Drew Goddard. È pertanto con una precisa consapevolezza che lo spettatore odierno si accosta a quei film ascrivibili nel novero degli epigoni del mitico Halloween, pietra angolare del genere slasher. E quasi in coincidenza con il quarantennale dell'intramontabile cult di John Carpenter (nonché dell'uscita di un nuovo sequel della saga), l'industria cinematografica torna a prendere ispirazione da quel modello con Hell Fest, b-movie affidato alla regia di Gregory Plotkin, alla sua opera seconda dopo Paranormal Activity: The Ghost Dimension, ma con una vastissima esperienza in qualità di montatore (nel suo curriculum spicca il premiatissimo Scappa - Get Out) e qui alle prese con un soggetto piuttosto canonico.

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Una notte di ordinaria follia

Le coordinate di partenza di Hell Fest, infatti, sono impostate su un tòpos rintracciabile in innumerevoli slasher degli ultimi quattro decenni, da Venerdì 13 al succitato Scream: un piccolo gruppo di giovani comprimari in balia del serial killer di turno, con una scream queen privilegiata che si trova a vestire i panni dell'improbabile eroina della situazione, o quantomeno del personaggio focalizzatore della vicenda. L'eroina in questione, in Hell Fest, è Natalie (Amy Forsyth), appena tornata dal college nella cittadina natale, proprio durante il periodo di Halloween, per trascorrere qualche giorno con la sua migliore amica Taylor (Bex Taylor-Klaus). E Natalie corrisponde in tutto e per tutto allo stereotipo della scream queen: graziosa ma comunque 'verginale', affabile, posata, giudiziosa e del tutto estranea alle piccole trasgressioni delle sue coetanee.

Hell Fest Amy Forsyth Reign Edwards

Gli altri cinque ragazzi al suo fianco, inclusi la più vivace Taylor, l'esuberante e 'trucida' Brooke (Reign Edwards) e il classico "bravo ragazzo della porta accanto", Gavin (Roby Attal), corrispondono ciascuno a un determinato personaggio-tipo o, nel caso delle figure maschili, appaiono scialbi e incolori, senza alcun vero tratto distintivo. È il primo, significativo difetto del film di Plotkin: l'incapacità di suscitare un'autentica empatia nei confronti delle vittime designate, prese di mira - a loro insaputa - dallo psicopatico mascherato che si aggira all'interno dell'Hell Fest, spettacolare luna park itinerante in cui sono riprodotti ambientazioni ed elementi tipici dell'immaginario horror, fra tenebrosi labirinti, effetti speciali e figuranti dai suggestivi costumi.

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L'immaginario horror in un film privo di ambizioni

Hell Fest Bex Taylor Klaus Matt Mercurio

In fondo, lo spunto più interessante di Hell Fest è proprio questo: portare in primo piano tale immaginario, trasformandolo in un fondale posticcio presso il quale, però, l'esperienza ludica del baccanale di Halloween è destinata a deragliare in una sfrenata mattanza, con l'ovvio quanto inevitabile corto circuito tra realtà e finzione. Peccato che il film non riesca mai ad elevarsi al di sopra delle proprie premesse (e probabilmente neppure ci prova). Pertanto, alla luce di quella canonizzazione delle regole dello slasher di cui si parlava in apertura, l'intreccio di Hell Fest risulta piatto, scontato e privo della benché minima sorpresa, perfino quando vorrebbe giocare con le attese del pubblico (la scena della ghigliottina) o quando punta a raggiungere massimi livelli di tensione (la sequenza dell'aggressione nella toilette).

Hell Fest Reign Edwards
Hell Fest Roby Attal

E nel bilancio complessivo del film, non offre un contributo di rilievo nemmeno l'antagonista: un villain che, se nelle sembianze e nel modus operandi può riportare alla mente il famigerato Michael Myers, non ha davvero nulla che possa permettergli di stamparsi nella memoria dopo il termine della visione. Del resto, Hell Fest rinuncia praticamente da subito al tentativo di infondere una vera inquietudine, accontentandosi di riciclare ingredienti e situazioni fin troppo noti: chi è in vena di qualche jump scare può accomodarsi, ma chi cerca qualcosa di più ambizioso difficilmente potrà trovarla nell'ennesimo, innocuo divertissement orrorifico confezionato appositamente per il 31 ottobre.

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Stefano Lo Verme
Redattore
2.0 2.0
Cinecittà World
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