La casa delle bambole - Ghostland

2018, Horror

Recensione La casa delle bambole – Ghostland: Laugier è tornato!

La recensione de La casa delle bambole - Ghostland: è una fiaba dark, un racconto di orchi e streghe, ma come non li abbiamo mai visti prima.

Maurizio Ermisino

Chi, nell'ormai lontano 2008, aveva avuto la fortuna di vedere Martyrs (e la costanza di arrivare fino in fondo alla visione), non esiterà a correre al cinema a vedere La casa delle bambole - Ghostland, il nuovo film di Pascal Laugier in uscita il 6 dicembre. Martyrs è un film scioccante, che non solo spaventa, ma tocca nel profondo. E la stessa cosa fa il nuovo film. È la storia di due sorelle, Beth e Vera, che vanno ad abitare con la madre in una vecchia villa piena di bambole e vecchi cimeli. Una notte due intrusi penetrano in casa e prendono in ostaggio le ragazze. La madre lotta come una fiera e riesce a metterle in salvo. Ma, ad anni di distanza, il trauma non è sparito. Beth è diventata una scrittrice di successo, trasformando in oro le sue angosce più profonde (come accade a uno dei protagonisti della fortunata serie Netflix Hill House, mentre Vera resta rinchiusa nelle sue paranoie, che la portano a uno squilibrio mentale. Sono passati sedici anni e Beth riceve una telefonata dalla sorella, che la porta a tornare sul luogo dell'orrore. E a capire che non è finito.

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La Casa Delle Bambole   Ghostland Emilia Jones Bjqpatf

Chucky o Annabelle? Le bambole di Laugier sono un'altra cosa...

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Le bambole sono un classico del cinema horror: pensiamo alla saga di Chucky o a quella, più recente, di Annabelle. Pascal Laugier non è un cineasta come gli altri e, se usa le bambole nel suo film per creare inquietudine, riesce a farlo in modo completamente nuovo, quasi ribaltando l'assunto che le bambole siano gli oggetti del terrore, le portatrici di un qualche maleficio. Così anche l'altro stereotipo metanarrativo, quello dello scrittore di horror che trae dalla sua vita la sua opera e a sua volta porta l'opera nella sua vita, un classico di Stephen King, è usato in maniera affatto scontata. E lo stesso avviene con il suono: Laugier lo usa per l'effetto jumpscare, come fanno i film più in voga, ma non ne abusa, sfruttandolo invece soprattutto per creare inquietudine. Lo andiamo dicendo da tempo: Pascal Laugier non è un regista come gli altri. Ama il nostro horror, Argento, Bava, Fulci, ma il suo cinema non assomiglia a niente di questo: Martyrs, per citare ancora il suo titolo fin qui più riuscito, è un film unico nel suo genere.

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Nel segno di Tobe Hooper

La Casa Delle Bambole Ghostland 4

Per La casa delle bambole c'è un'ispirazione più dichiarata, Tobe Hooper e il suo Non aprite quella porta, da cui Laugier prende quel modo eccessivo, quasi iperrealista di trattare l'immagine e la violenza, quell'esuberanza barocca. C'è un indugiare, a volte al limite del sostenibile, sui corpi, sulle carni martoriate e tumefatte, sullo stridere di ossa rotte. Tutto questo ci riporta ancora a Martyrs e a quello spingere l'esperienza dei protagonisti, e quindi dello spettatore, al limite. I film di Laugier sono racconti di esseri spinti al limite di ogni umanità. Rispetto alla forma visiva di Martyrs, più realistica, qui il regista confeziona tutto come se fosse una fiaba dark, un racconto di orchi e streghe, ma come non li abbiamo mai visti prima. Come se avesse filmato un'acquaforte di Gustave Dorè che illustra una fiaba di Perrault, dice il regista.

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La Casa Delle Bambole Ghostland 2

Scatole cinesi

La Casa Delle Bambole Ghostland 1

Ma il cinema di Laugier è qualcosa che va oltre il suo sguardo spietato. È un cinema che vuole spiazzare, usare grandi colpi di scena (anche usando un flashback ingannevole, come faceva Alfred Hitchcock in Paura in palcoscenico), mantenendo sempre una tensione altissima, ma andando anche a scavare nel profondo. Se Martyrs era un film su più livelli, che ricominciava ogni volta che sembrava finire, che, come un videogioco, aggiungeva uno schema più difficile una volta completato quello in cui ci trovavamo, La casa delle bambole - Ghostland è come un gioco di scatole cinesi, in cui ci troviamo a passare continuamente tra due mondi, due mondi che sono uno dentro l'altro. Ma non sappiamo qual è quello che contiene l'altro. La chiave del film è nella rimozione, nell'alienazione. E, anche se funziona alla grande, non si tratta solo di un meccanismo per stupire. Laugier ci racconta qualcosa che è nei meccanismi della nostra mente. Il suo è un gioco, ma è un gioco terribilmente umano. Ed è un gioco struggente.

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Maurizio Ermisino
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
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